La profezia che si autoavvera: quando ciò che pensiamo finisce per diventare realtà
Quante volte ci siamo detti: «Lo sapevo che sarebbe andata così»?
A volte, però, ciò che percepiamo come una semplice previsione potrebbe essere qualcosa di più complesso: una profezia che si autoavvera.
In psicologia, con questa espressione si indica quel processo attraverso il quale una convinzione, un'aspettativa o una previsione sul futuro influenza il nostro comportamento al punto da contribuire a produrre proprio l'esito che avevamo immaginato.
Non significa che i nostri pensieri abbiano un potere magico sulla realtà. Significa, piuttosto, che il modo in cui interpretiamo ciò che ci accade condiziona il modo in cui agiamo, le scelte che facciamo, le emozioni che proviamo e persino il modo in cui ci relazioniamo agli altri.
E così, a volte, finiamo per costruire inconsapevolmente proprio la realtà che temevamo.
«Tanto andrà male»
Immaginiamo una persona convinta di non essere abbastanza.
Affronta un colloquio di lavoro pensando: «Non mi prenderanno».
Questa convinzione può generare ansia, insicurezza, difficoltà a esprimersi e una comunicazione meno efficace. La persona potrebbe apparire poco sicura delle proprie capacità, rispondere in modo esitante o rinunciare a valorizzare le proprie competenze.
Se alla fine non viene scelta, potrebbe pensare:
«Avevo ragione. Non sono capace. Non mi prenderanno mai».
Ma ciò che è accaduto non dimostra necessariamente che la sua convinzione iniziale fosse vera.
Potrebbe essere accaduto, invece, che la convinzione abbia influenzato il comportamento, contribuendo a determinare l'esito.
La profezia si è, in qualche modo, autoavverata.
Il circolo vizioso delle aspettative negative
Questo meccanismo può diventare particolarmente potente quando riguarda convinzioni profonde su noi stessi.
«Non piaccio a nessuno.»
«Prima o poi mi lasceranno.»
«Non merito di essere felice.»
«Non sono all'altezza.»
«Gli altri mi deluderanno sempre.»
Questi pensieri non rimangono semplicemente nella nostra mente. Possono trasformarsi in comportamenti.
Chi teme di essere rifiutato potrebbe diventare eccessivamente controllante, cercare continue rassicurazioni oppure, al contrario, evitare di esporsi emotivamente.
Chi è convinto di essere destinato a fallire potrebbe smettere di tentare.
Chi teme di essere abbandonato potrebbe diventare così preoccupato di perdere l'altro da rendere la relazione faticosa e conflittuale.
Chi pensa di non meritare amore potrebbe scegliere, inconsapevolmente, relazioni nelle quali riceve poco.
In tutti questi casi si può creare un circolo:
Convinzione → emozione → comportamento → reazione dell'ambiente → conferma della convinzione.
La persona vede così confermata la propria idea iniziale e diventa ancora più convinta che quella sia la realtà.
La profezia che si autoavvera nelle relazioni
Uno degli ambiti in cui questo fenomeno può manifestarsi con maggiore intensità è quello delle relazioni.
Pensiamo a chi entra in una nuova relazione con la convinzione:
«Tanto prima o poi mi tradirà.»
Questa paura potrebbe portare a controllare il partner, interpretare ogni comportamento come un possibile segnale di tradimento, chiedere continue rassicurazioni o creare conflitti.
Il partner potrebbe sentirsi soffocato, non compreso o costantemente sotto esame.
La relazione potrebbe deteriorarsi.
E, alla fine, la persona potrebbe concludere:
«Lo sapevo. Le persone tradiscono sempre.»
Ma la conclusione finale rischia di cancellare tutto il processo che l'ha preceduta.
Non è detto che la relazione sia finita perché il tradimento fosse inevitabile. Potrebbe essere accaduto che la paura del tradimento abbia influenzato i comportamenti di entrambi, contribuendo alla crisi della relazione.
Questo non significa attribuire alla persona la responsabilità di ciò che è accaduto. Significa comprendere il meccanismo per poterlo interrompere.
Quando la profezia riguarda l'immagine che abbiamo di noi stessi
Forse la forma più profonda della profezia che si autoavvera è quella che riguarda la nostra identità.
Non pensiamo soltanto:
«Questa volta fallirò.»
Pensiamo:
«Io sono una persona che fallisce.»
La differenza è enorme.
Il primo è un pensiero legato a una situazione.
Il secondo diventa un'etichetta identitaria.
Quando una convinzione entra a far parte dell'immagine che abbiamo di noi stessi, tendiamo a cercare inconsapevolmente informazioni che la confermino e a ignorare quelle che la contraddicono.
Un successo può diventare «È stata solo fortuna».
Un errore può diventare «Ecco, questa è la prova che non valgo».
Un rifiuto può diventare «Nessuno mi vorrà mai».
In questo modo, la nostra mente costruisce una narrazione coerente con ciò che già crede.
La profezia che si autoavvera non è destino
Questo è un punto fondamentale.
La profezia che si autoavvera non significa che tutto ciò che accade dipenda dai nostri pensieri.
La realtà è complessa. Esistono eventi imprevedibili, circostanze esterne, ingiustizie, condizioni sociali ed economiche, comportamenti altrui e situazioni che non possiamo controllare.
Non tutto ciò che accade è una conseguenza delle nostre convinzioni.
La psicologia, però, ci invita a osservare una parte della realtà sulla quale possiamo intervenire: il nostro modo di interpretare, reagire e comportarci.
E questo può fare una differenza importante.
Possiamo interrompere il ciclo?
Sì, ma il primo passo è accorgersi del meccanismo.
Possiamo iniziare chiedendoci:
«Che cosa mi aspetto che accada?»
«Da dove nasce questa convinzione?»
«È un fatto o è una mia interpretazione?»
«Quali comportamenti metto in atto perché temo che accada?»
«Il mio comportamento potrebbe contribuire, anche involontariamente, al risultato che temo?»
Queste domande non servono a colpevolizzarci.
Servono a creare uno spazio tra ciò che pensiamo e ciò che facciamo.
Ed è proprio in quello spazio che può nascere una possibilità diversa.
Dalla profezia alla consapevolezza
La vera sfida, allora, non è costringerci a pensare positivo.
Non basta ripetersi «Andrà tutto bene» quando dentro di noi siamo convinti del contrario.
Il lavoro psicologico è più profondo.
Significa imparare a riconoscere le convinzioni che guidano il nostro comportamento, comprendere da dove provengono, verificare se appartengono ancora alla nostra realtà attuale e, quando necessario, costruire modalità nuove di relazione con noi stessi e con gli altri.
Perché una convinzione non è necessariamente una verità.
E soprattutto, una previsione non è una sentenza.
A volte crediamo di vedere il futuro, quando in realtà stiamo semplicemente guardando il mondo attraverso le lenti della nostra storia.
Cambiare quelle lenti non significa negare la realtà.
Significa permetterci di vederla con maggiore libertà.
E forse è proprio qui che la profezia che si autoavvera può trasformarsi nel suo contrario: non più una convinzione che ci porta a ripetere sempre lo stesso copione, ma una consapevolezza che ci permette, finalmente, di scriverne uno diverso.
Dottoressa Veronica Turchetta
Psicologa Clinica – Approccio Integrato
Esperta nella Gestione delle Emozioni

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