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Sostegno psicologico ai genitori di bambini diversamente abili


apici_apertiUn linguaggio diverso è una diversa visione della vitaapici_chiusi
Federico Fellini
L’handicap è la condizione di svantaggio risultante da un danno o da una disabilità, che limita o impedisce lo svolgimento di un ruolo normale in rapporto all’età, al sesso, ai fattori sociali e culturali. Ha dunque una doppia connotazione, biologica e sociale.
La nascita di un bambino comporta sempre un certo grado di confusione e disorganizzazione all’interno del ciclo di vita di una famiglia: cambiano i ritmi, gli spazi, la routine, il senso d’identità dei genitori e della coppia genitoriale.
Quando nasce un bambino con handicap tutto si complica. La famiglia si trova coinvolta in un fenomeno dirompente, critico, potenzialmente distruttivo degli equilibri e della coesione del sistema-famiglia. I conflitti già esistenti possono essere esacerbati dalla condivisione di emozioni negative, dalla fatica e dallo stress che, naturalmente connessi alla cura di un bambino, non riescono ad essere compensati dalla gratificazione e dalla gioia della crescita quando il piccolo ha menomazioni, disabilità, handicap.
Nel momento in cui ricevono la diagnosi i genitori vivono una perdita, un vero e proprio lutto: ciò che hanno perso è la fantasia del “bambino sano”, perfetto, su cui sono stati investiti affetti e desideri e costruiti progetti. Affinché il ciclo vitale della famiglia non si cristallizzi in una reazione di shock, i genitori devono essere sostenuti nel processo di elaborazione del lutto, incoraggiati nella percezione e nell’espressione della rabbia, del senso di colpa, di tutte quelle emozioni che, se riconosciute e contenute, renderanno il dolore più tollerabile e permetteranno di accettare e affrontare il problema, di elaborare un progetto di vita nuovo per il bambino e per tutta la famiglia.
Se questa evoluzione del dolore non avviene, la famiglia può arrestarsi in una situazione di colpevolizzazione verso sé stessa o verso gli altri, ad esempio verso i medici, che compromette anche la relazione con il bambino, la possibilità di accettare la sua esistenza e di ascoltare i suoi bisogni, le sue particolari necessità.
Il rischio è che l’handicap sia rifiutato e questo può avvenire in modi diversi. I genitori possono ad esempio ricorrere a continui controlli specialistici o iperproteggere il bambino impedendogli di fatto di crescere. Minimizzare i problemi, le difficoltà e di conseguenza la necessità di interventi e trattamenti specifici sono, allo stesso modo, comportamenti che originano da una negazione della realtà.
Il disagio deve essere colto, ascoltato, compreso ed è più facile che questo avvenga se esiste una rete di supporto familiare e sociale che aiuta i genitori ad affrontare la cura del bambino. Se supportati, si sentono incoraggiati, meno soli e problematici, meno colpevoli, meno giudicati. Se stimolati al riconoscimento reciproco, alla cooperazione, alla divisione dei compiti, diventano capaci di aiutarsi l’un l’altro e di costruire una relazione affettiva autentica con il bambino. Se migliorano l’autostima ed il senso di efficacia, il rapporto tra i coniugi, tra tutti i membri della famiglia, sarà più sereno e contribuirà al benessere del bambino.
Il supporto della rete familiare e sociale è tanto più importante al momento dell’ingresso a scuola del bambino, che necessita di personale specializzato e di adeguati strumenti didattici, ma continua ad esserlo nella fase della pubertà e soprattutto nel passaggio all’età adulta, quando si impone il problema dello svincolo e dell’emancipazione dell’individuo dalle figure genitoriali.
Le barriere psicologiche rischiano di relegare il portatore di handicap al ruolo di eterno bambino, eterodiretto, cui sono negati desideri e bisogni di tipo sessuale, ad esempio, e più in generale di individuazione ed autonomia. I genitori devono allora essere sostenuti in un processo di cura che metta da parte un atteggiamento direttivo e pedagogico e privilegi l’ascolto empatico dei bisogni profondi e dei reali problemi della persona con handicap, ma questo non può prescindere dall’ascolto dei bisogni e delle difficoltà dei genitori stessi.

(Fonte WEB. walteriacobelli.it)

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